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RECUPERO METALLI: UN SETTORE STRATEGICO IN BALIA DELLA BUROCRAZIA



Recupero Metalli e autodemolizioni. Due settori che alzano il Pil del Paese con la loro attività di raccolta, smaltimento e recupero ma sui quali grava come una zavorra un elenco di difficoltà di natura burocratica e normativa che appesantiscono e sviliscono il lavoro degli addetti. È questa, in estrema sintesi, la cornice che inquadra un intero comparto che da solo rimpingua l’industria siderurgica italiana, in grado di conservare, nonostante tutto, il secondo posto in Europa per esportazioni. Ed è solo grazie all’abilità e alla tenacia di chi in questo settore opera da generazioni, che l’Italia riesce a salire sul podio dei Paesi esportatori pur senza contare su riserve naturali di materia prima e, soprattutto, subendo la concorrenza sleale dell’export cinese, col Dragone che negli ultimi anni ha letteralmente inondato il mercato europeo di metalli (soprattutto acciaio) a bassissimo costo.

Basterebbe davvero poco a rendere più semplice la vita di chi da anni opera nel settore. Basterebbe dipanare il groviglio normativo e alleggerire dalla solita farraginosa burocrazia italiana gli addetti, basterebbe snellire l’iter procedurale di chi lavora ogni giorno per l’ambiente per far sì che anche l’economia italiana diventasse a tutti gli effetti circolare. «Un primo equivoco da cui sgomberare il campo, sarebbe quello di rivedere la definizione stessa di rifiuto che viene attribuita a ogni sorta di materiale ferroso e non ferroso che arriva presso gli impianti di recupero. Non dovrebbe qualificarsi “rifiuto” ciò che ha un valore di mercato in quanto destinato a lavorazione e recupero certo» spiega da tempo l’ingegnere Nicola Giovanni Grillo, presidente Airmet, l’associazione italiana dei recuperatori di metalli.

Ma il legislatore ha così disposto e allora metalli, ferrosi e non ferrosi, raccolti dalle cantine o presso imprese che li scartano dal loro ciclo di produzione, sono assoggettati a tutta una serie di normative che ne complicano il percorso di conferimento e recupero. E si sa, quando si parla di rifiuti in Italia, tutto si complica. Il primo esempio? I formulari. Mentre nel resto d’Europa un semplice documento chiamato “Allegato 7″ basta ad accompagnare i rottami nel loro percorso di recupero a nuova vita, in Italia chi ha a che fare con questi materiali, deve compilare scrupolosamente i formulari che, qualora manchino di qualche piccola parte per errore o distrazione, espongono i redattori a gravi sanzioni. Gli stessi formulari inoltre, vanno bollati e ribollati con aggravio di spesa e di tempo per gli addetti.

Ma nonostante tutte queste difficoltà, il settore produce profitto e spesso chi ci lavora, vorrebbe investire per allargare la propria attività. Ma anche qui, la tenacia degli imprenditori di settore, si scontra con una burocrazia che scoraggia anche i più impavidi. «L’iter per ottenere una banale autorizzazione da parte deli Enti preposti, è più tortuoso di quanto si pensi» spiega il titolare di uno storico impianto romano. Intanto bisogna trovare un’area che non sia sottoposta a nessun tipo di vincolo, ma i piani regolatori delle grandi città non sono sempre benevoli verso questo tipo di condizione. Una volta individuata l’area, occorrerà redigere un progetto preliminare, ovviamente a spese dell’imprenditore. Ma prima che il progetto preliminare venga solo valutato dalle amministrazioni competenti, passeranno da uno a due anni. Ottenuto l’eventuale benestare, occorrerà chiedere la Via (Valutazione di impatto ambientale) alla Regione di riferimento. Contestualmente occorrerà chiedere il permesso allo scarico delle acque al Comune competente e quella alle emissioni in atmosfera al Comune/Provincia. Anche per questi tre distinti passaggi, passeranno almeno due anni. Insomma, salvo intoppi, sempre frequenti, e a dispetto della tenacia di chi investe, occorrono anche 5 anni prima di riuscire a mettere in moto un impianto. Ma in 5 anni la legge cambia, e spesso, quello per cui si è investito e lavorato tanto, non è più al passo con quello che chiede il mercato.

Questo spiega perché diverse persone abbiano deciso di emigrare insieme alla loro attività. «In Austria – spiega un gestore – basta presentare richiesta al Comune nel quale si sceglie di avviare la propria attività, il Comune si pronuncia nel giro di poche settimane sul progetto presentato e se il parere è favorevole, non solo rilascia le autorizzazioni a vista, ma concede al richiedente i suoli sui quali avviare l’attività con un prestito che in parte è a fondo perduto, e l’attività ha inizio senza distinzioni di sorta tra il tipo di metallo, ferroso o non ferroso, che viene avviato a recupero presso quell’impianto». In Italia invece, esistono diversi codici di rifiuto per i vari tipi di rottame, e le autorizzazioni a gestirli non sempre vengono rilasciate dallo stesso Ente. Quindi capita che per un tipo di rottame si debba presentare richiesta al Comune, per un altro tipo invece alla Provincia o alla Regione. Di conseguenza i tempi si dilatano come pure le possibilità di incappare in qualche reato involontario e sanzione sicura. Ovviamente, ogni Regione recepisce la normativa vigente a modo suo quindi gli impianti italiani affrontano difficoltà diverse a seconda del territorio nel quale hanno la fortuna (o la sfortuna) di risiedere.

In ultimo, altra questione spinosa che complica la vita degli addetti, è quella degli ambulanti. Allo stato, il trasporto e la raccolta ambulante dei rottami rappresenta la prima fonte di approvvigionamento per gran parte dei recuperatori, di sicuro la prima forza di recupero di questo tipo di materiali che, diversamente, rischierebbero di finire abbandonati per strada. Ma sulla questione ambulanti si apre un altro capitolo assai controverso della questione. La normativa recente prevista dalla legge “Green economy”, ha inteso disciplinarne la funzione prevedendo che soltanto chi è regolarmente autorizzato dall’Albo nazionale gestori ambientali possa dedicarsi a questo tipo di attività.



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